C’è un momento che molti insegnanti di inglese conoscono bene. Uno studente tecnicamente brillante, preciso nella morfologia verbale, ricco nel lessico, affidabile nell’ortografia, si trova in una simulazione di conversazione formale e risponde a una critica con un secco “You are wrong.” Oppure inizia un’email al dirigente scolastico con “Hey!”. Oppure declina un invito con “I can’t, I have other plans”, senza un briciolo di attenuazione.
Grammaticalmente? Ineccepibile. Comunicativamente? Un disastro.
Il gap che la grammatica non colma
Il problema non è nuovo, ma tende a essere sistematicamente sottovalutato nella progettazione curricolare. Quando l’obiettivo dichiarato di un corso è la correttezza formale, e spesso lo è perché su quella si costruiscono le valutazioni standardizzate, la pragmatica viene trattata come un’aggiunta facoltativa, una spolverata di “espressioni idiomatiche” verso la fine dell’anno.
Il risultato è una generazione di apprendenti che superano brillantemente il Cambridge First ma faticano a gestire una conversazione professionale in inglese senza risultare involontariamente scortesi, bruschi o eccessivamente formali. Non perché non sappiano l’inglese. Perché non sanno cosa fa l’inglese in un contesto dato.
La pragmatica — intesa come lo studio di come il significato si costruisce nell’interazione, tenendo conto del contesto, delle relazioni sociali e delle intenzioni dei parlanti — è esattamente quella dimensione. Ed è insegnabile, molto più di quanto si creda.
Face-saving e politeness: due concetti che cambiano tutto
Il punto di partenza più produttivo per i docenti, anche senza addentrarsi nella letteratura accademica, è la nozione di face elaborata da Penelope Brown e Stephen Levinson a partire dal lavoro di Erving Goffman. Ogni parlante ha un’immagine pubblica che vuole preservare — e ogni atto comunicativo può minacciarla, propria o altrui. Rifiutare, criticare, correggere, chiedere un favore: tutte queste operazioni sono intrinsecamente delicate. Le strategie linguistiche che usiamo per attenuarle si chiamano politeness strategies, e variano enormemente tra culture e lingue.
In italiano, molte di queste strategie operano attraverso la prosodia, il contatto visivo, i gesti. In inglese scritto — e sempre più spesso anche parlato in contesti formali — devono essere esplicitate verbalmente. Non basta il tono. Servono le parole giuste.
Dire “I was wondering if you might be able to help me” invece di “Can you help me?” non è ipocrisia linguistica. È la norma pragmatica dell’inglese in un contesto di richiesta formale. Ignorarla non rende il parlante più autentico — lo rende incomprensibile ai parlanti nativi, che non interpretano la brusquerie come spontaneità ma come mancanza di rispetto o competenza.
Cosa significa concretamente in classe
Il punto di partenza più accessibile è il confronto tra direct e indirect speech acts. Quando un inglese dice “It’s a bit cold in here, isn’t it?” in presenza di una finestra aperta, non sta commentando il meteo. Sta chiedendo — educatamente — che qualcuno chiuda la finestra. Questa è una delle prime intuizioni che produce vera sorpresa negli studenti: la lingua non dice sempre quello che sembra dire, e capire il gap è una competenza tanto sofisticata quanto la conjugazione del congiuntivo.
Da lì, il percorso si apre in almeno tre direzioni molto concrete.
La prima è il registro nei testi scritti. Email, messaggi, lettere formali: l’italiano e l’inglese hanno convenzioni radicalmente diverse. In inglese, una richiesta formale senza attenuatori come “Send me the document by Friday” suona come un ordine gerarchico anche se viene da un pari. Il repertorio delle forme di attenuazione (I’d appreciate it if…, Would it be possible to…, When you have a chance…) non è opzionale: è il mezzo attraverso cui si costruisce la relazione.
La seconda è la gestione del disaccordo. In molte culture, tra cui quella italiana, esprimere apertamente la propria opinione contraria è accettabile, talvolta atteso. In inglese britannico — e in molti contesti accademici e professionali anglofoni, il disaccordo diretto è fortemente mitigato: “That’s an interesting point, though I wonder if…” è un modo di dire “Non sono affatto d’accordo”. Insegnare questa convenzione non significa omologare gli studenti a una cultura straniera. Significa dotarli degli strumenti per muoversi consapevolmente in quella cultura quando ne hanno bisogno.
La terza è la comprensione dell’umorismo e dell’ironia. Sono forse le forme più avanzate di competenza pragmatica, e anche le più culturalmente radicate. Un parlante di inglese L2 che non coglie l’understatement britannico, quella tendenza a sminuire sistematicamente, per cui “not entirely without merit” è un elogio entusiasta — si trova disorientato in situazioni che per un nativo sono immediatamente leggibili. Avvicinarsi a questo livello richiede esposizione autentica: non i dialoghi artificiosi dei libri di testo, ma estratti di serie televisive, podcast, interviste.
Il ruolo del docente: mediatore culturale
C’è una ragione per cui la pragmatica tende a sparire dal curricolo: è difficile da valutare. Non si presta alla correzione sistematica come un errore di concordanza. I progressi sono graduali e spesso invisibili finché non si manifesta un malinteso reale.
Ma è precisamente per questo che richiede di essere insegnata in modo esplicito, non lasciata all’acquisizione implicita che funziona per chi vive nella lingua ma non per chi la incontra tre ore a settimana in classe. Il docente di inglese nella scuola secondaria ha una funzione che va molto al di là della grammatica: è un mediatore tra sistemi culturali. E la pragmatica è il terreno in cui questa mediazione si fa più necessaria, e più affascinante.
Uno studente che esce dalla scuola sapendo distinguere tra “I’m afraid that won’t be possible” e “No”, non perché il primo sia più corretto, ma perché capisce quando e perché un anglofono sceglie l’uno o l’altro, ha acquisito qualcosa che nessun manuale di grammatica avrebbe potuto dargli. Ha imparato a guardare la lingua come comportamento sociale. E questo, in fondo, è uno degli obiettivi più profondi dell’educazione linguistica.